Report mette a nudo il web, e questo che fa, s’offende…

Report propone una puntata sui social network e su Google dal titolo: “Il prodotto sei tu”.

Bisogna prendersi più di un ora ma consiglio di guardare il video, utile per capire molte cose su come funziona la nuova rete.

La puntata è stata accusata dal popolo della rete di essere allarmista e di fare terrorismo, tant’è che la conduttrice Milena Gabanelli ha risposto alle critiche con una audioreplica, reperibile sul sito de L’Unità.

Report propone una puntata sui social network e su Google dal titolo: “Il prodotto sei tu”.

Bisogna prendersi più di un ora ma consiglio di guardare il video, utile per capire molte cose su come funziona la nuova rete.

La puntata è stata accusata dal popolo della rete di essere allarmista e di fare terrorismo, tant’è che  la conduttrice Milena Gabanelli ha risposto alle critiche con una audioreplica, reperibile sul sito de L’Unità.

 

La conduttrice di Report ha forse sentito l’esigenza di giustificarsi, dichiarando che la puntata non era per addetti ai lavori e conoscitori della rete, ma rivolta ad un pubblico molto vasto, che richiede un linguaggio poco tecnico.

Pensa un po’, io fossi stato nella Gabanelli invece avrei rincarato la dose!

La reazione scomposta diffusasi tramite Twitter e decine di articoli sui blog (tra cui questo, l’ennesimo, inutile ed in ritardo), non fa che esplicitare con più chiarezza il pensiero dominante tra gli internettisti ovvero, generalizzando e semplificando troppo, la rete è la salvezza del mondo; idea a cui le recenti rivoluzioni nordafricane, agevolate dalle comunicazioni multimediale hanno fornito linfa vitale.

La rete è vista da chi la vive come strumento di diffusione della conoscenza, come luogo democratico per eccellenza, come luogo in cui può prosperare la libertà. Continuando a semplificare: le nuove tecnologie risolveranno i problemi del mondo, internet candidato al premio Nobel per la pace, democrazia dal basso.

Chi vive con assiduità la rete, coloro a cui la rete continua a succhiare minuti ed ore del proprio tempo (e mi ci metto, naturalmente, in mezzo) vive anche questo mito che lo sguardo curioso e disilluso della giornalista di Report ha in parte s-velato, messo a nudo: attenzione, se è tutto gratis, è perché il prodotto sei tu.

Come ogni tecnologia la rete in se non è né buona né cattiva. Dipende dall’uso che se ne fa. Quindi abbiamo coloro che useranno la rete a fin di (quello essi credono essere) bene e chi la userà per scopi (che molti di noi ritengono) malvagi.

Quindi mi faccio queste (e molte altre) domande:

  1. quanti tra gli utenti di Google, Facebook, Twitter, hanno conoscenze tali da farne un uso consapevole?
  2. come può essere considerato democratico un luogo che è dominato da una manciata di aziende private americane?
  3. considerata la tecnologia come “neutra” e un utente con cultura “media”, chi avrà più potere di utilizzare la tecnologia a proprio vantaggio? Gli utenti o le aziende? (In questo caso rispondono i fatturati aziendali.)
  4. alla faccia della libertà, oggi un’azienda può scegliere di non essere su Facebook o di non essere presente su Google e magari di non avere un sito web, godendo delle stesse opportunità delle aziende concorrenti? (se la risposta fosse, per caso, negativa significherebbe che Google e Facebook hanno ridefinito le regole per tutti, senza scriverle e senza concordarle con nessuno; se anche le aziende multinazionali fossero sottoposte ad una legislazione globale, questo dovrebbe essere un abuso di potere (potere che peraltro gli regaliamo noi, facendone uso); invece vige la legge della giungla del libero mercato e queste due aziende sono viste come modello.
  5. da utente di Google e servizi associati (adsense, adwords…) e da utente di Facebook: sono l’unico ad avere l’impressione che possano decidere e cambiare le regole dei giochi a loro discrezione? Anche in questo caso il potere non è troppo sbilanciato? (Si veda nel video di Report, l’intervista a Robin Good, editor indipendente molto legato al servizio Adsense e comunque critico)
  6. quanti blogger e quanti tra coloro che lavorano sulla SEO hanno modificato il proprio italiano per adeguarlo alle preferenze di Google?
  7. si dice che il web sia una tecnologia partecipativa, che “include”… naturalmente include quelli che ce l’hanno ed esclude ancora meglio quelli che non ce l’hanno. Finche non sarà un diritto di tutti, sarà possibile parlare di luogo democratico?
  8. esiste libertà senza regole? Chi le stabilisce le regole del web? Chi è costretto a rispettarle?
  9. Chi ha verificato la legittimità dei contratti di licenza di Facebook, Twitter e Google? Chi ne controlla il rispetto da parte delle aziende?
  10. se non rispetto il contratto io, utente, vengo buttato fuori, e se per caso non lo rispettassero Google o Facebook che succede, gli togliamo il saluto?
  11. la democrazia parte dal basso: qualcuno ha sentito se è arrivata?

A mio parere il web, oggi, assomiglia più che altro ad una dittatura, forse illuminata per alcuni versi, assolutamente oscura per altri.

Si dice che nel web il potere sia in mano agli utenti che generano contenuti (rintracciabili attraverso Google) comunicano, condividono e si aggregano (attraverso Facebook e Twitter). Se queste aziende non rispondessero a logiche aziendali americane e a regole di mercato si potrebbe anche continuare a discuterne.

Per ora sul web la legge è (con poche eccezioni, vedi Wikipedia) quella del mercato.

Autore: Fabio Colombari

Editore ed Autore di OkkiO, blog online dal 2007,Bassista dei Carte48...Scegliere la personalità preferita...

  • Bruno

    Ciao Fabio, scrivi molto bene … delle grosse cazzate però …
    Non ti piacciono le regole, scritte o meno, del web? Mica sei obbligato (spero) a rimanerci.
    Chi ha investito e rischiato in un business che sta avendo un successo incalcolabile (perchè piace a miliardi di persone) e dando lavoro o a (centinaia di?) migliaia di persone,  per quale motivo dovrebbe adesso stare a sentire le tue pippe sulla libertà, sugli americani ecc., roba vecchia caro Fabio.
    Però mi piace come esponi le tue idee e anche se penso di trovarmi agli antipodi della tua posizone, tornerò ancora sul tuo blog,
    Ciao, Bruno.

  • Anonimo

    Ah Ah… è interessante sapere che qualcuno legge le derive deliranti del mio blog.
    Io indubbiamente scrivo delle cazzate, ho i miei limiti, ma il tuo giudizio, oltre ad essere piuttosto tranchant, è anche grossolano, ovvero non raffinato: non entri nel merito e liquidi tutto con “roba vecchia”.

    Rispondo volentieri alla tua domanda: non credo che chi ha investito miliardi debba stare a sentire pippe, mie o di quelli che hanno realizzato il video di report.
    Però non credo siano pippe.
    Io penso che il successo o la popolarità non siano misure del bene o del giusto; non hanno un valore etico, nè estetico. Se un business funziona perché ha molti utenti, è “popolare”; non “giusto”, né “buono”. Al massimo sarà “redditizio” per gli investitori

    Credo invece nella necessità di un’etica e credo che le regole di una comunità, (è così che chi fa e vive il web vuole rappresentarsi no?), dovrebbero essere scritte dalla comunità stessa, non da due aziende americane.
    Quindi, mi va bene se dici che Facebook e Google possono fare quello che vogliono. Giusto. Ma allora non raccontiamoci la palla che il web è il regno della democrazia (che è quello che sostiene il video di Report, mi pare).

    Ultima osservazione: Anche l’industria militare e delle armi, tanto per fare un esempio, da lavoro a migliaia di persone. Chiedi a quelli di Emergency quanto lavorano, grazie alle mine antiuomo…

    Forse l’esempio è iperbolico, ma è per dire che a volte ci sfuggono i nessi tra i benefici immediati (il lavoro), la percezione dell’immagine aziendale (democrazia e libertà) e le conseguenze del successo del Business.

    Detto questo, io sul web ci resto, obbedisco alle regole di Google e Facebook come Garibaldi a La Marmora, ma sono consapevole che non vivo nel luogo della democrazia e della libertà. Non credo che il web salverà il mondo, né che internet meriti il premio Nobel.

    Cambia poco, me ne rendo conto…
    Grazie Bruno.